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venerdì 22 ottobre 2010

Vedo lontano le colline perdersi
in una nebbia grigia e tutto il verde
della campagna arrossa e infradicisce.
Non più l'azzurro in cielo, non più il sole
non più i vivi rumori dell'estate
ma un tedio freddo e grave che ravvolge
ogni cosa. Sol rapide, tra gli alberi,
passano a tratti gelide ventate
scrollandone le fronde ischeletrite.

CESARE PAVESE

venerdì 28 maggio 2010

FINCHE' IL MIO SFORZO FU D'IMITARE ALTRI

Oh, vagare con lei la sera scura,
perderci rtrs le piante ed ascoltare
le strida rauche su per la pianura
tremule come lòa luce stellare!
Oh, soffermarci al tepido alitare
del vento e ritrovar la sua figura
stretta al mio volto e sentirla tremare,
sentir tremare la sua bocca pura!

CESARE PAVESE

venerdì 2 aprile 2010

Il fango è nell’aria di pioggia
come tra l’erba del fiume.
Nella penombra le finestre velano
le luci trepidanti d’umidità.
Anche i camini delle fabbriche
ne sono impregnati e sporchi.
L’unico brivido puro
è la freschezza del vento
dalle bagnate lontananze.

CESARE PAVESE

lunedì 17 novembre 2008

Fin le cose remote
Che non ho mai raggiunto
le ho precorse col grande desiderio,
e le vedo ormai più
sotto un cielo di nebbia
soffocate di tedio.
E ancora dopo tante strade stanche
sono solo in balia della mia anima
che a tratti mi pare
voglia strapparsi via
tanto si torce e sanguina.
Dal primo giorno ardente
Che ho levato la fronte
a cercare me stesso
in nessun luogo più
ho trovato una pietra
dove posare il capo.
CESARE PAVESE

sabato 9 agosto 2008

I ricordi cominciano nella sera
Sotto il fiato del vento a levare il volto
E ascoltare la voce del fiume. L’acqua
è la stessa, nel buio, degli anni morti.

Nel silenzio del buio sale uno sciacquo
Dove passano voci e risa remote;
s’accompagna al brusío un colore vano
che è di sole di rive e di sguardi chiari.
Un’estate di voci. Ogni viso contiene
come un frutto maturo un sapore andato.

Ogni occhiata che torna conserva un gusto
Di erba e cose impregnate di sole a sera.
sulla spiaggia. Conservo un fiato di mare.
Come un mare notturno è quest’ombra vaga.
Di ansie e brividi antichi che il cielo sfiora.
e ogni sera ritorna. Le voci morte
assomigliano al frangersi di quel mare.
CESARE PAVESE

mercoledì 5 marzo 2008

L’uomo solo ascolta la voce antica
che i suoi padri, nel tempo, hanno udito, chiara
e raccolto, una voce come il verde
degli stagni e dei colli incupisce a sera.

L’uomo solo conosce una voce d’ombra
carezzante, che sgorga nei tuoi calmi
di una polla segreta: la bevo intento
occhi chiusi, non pare che l’abbia accanto.

È la voce che un giorno ha fermato il padre
Di suo padre, e ciascuno del sangue morto.
Una voce di donna che suona segreta
sulla soglia di casa, al cadere del buio.
CESARE PAVESE