L’inverno
di lumi grandi e piccoli giorni
è sopra di noi.Un tempo
ero bambino e nevicava molto,
molto.Lo ricordo
vedendo la nera terra che riposa,
appena illuminata
dal gelo d’una pozza.
E’ incredibile: ma tutto ciò
che oggi è terra addormentata nel gelo
sarà domani, sotto il vento,
grano.
E rocce
papaveri. Sarmento…
Senza speranza:
la terra di Pastiglia sta aspettando
- crescono i fiumi -
con convinzione.
ÁNGEL GONZALES
Fitto tremore insidiava il suo braccio
nella manica scura,
la stretta delle dita intorno al calice
non impediva al vino di oscillare.
(Ah, come antico olivo che si spacca
- la frattura del ramo
- la segreta secchezza delle vene).
Proseguimmo i discorsi, fingevamo
di non vedere.
Ma in sé l’albero vecchio riceveva
l’alito muto delle nostre pene:
e grigie foglioline nei suoi occhi
- intrepide -
si rialzano a stormire
tutte le primavere perdute.
FERNANDA ROMAGNOLIL’inverno
di lumi grandi e piccoli giorni
è sopra di noi.Un tempo
ero bambino e nevicava molto,
molto.Lo ricordo
vedendo la nera terra che riposa,
appena illuminata
dal gelo d’una pozza.
E’ incredibile: ma tutto ciò
che oggi è terra addormentata nel gelo
sarà domani, sotto il vento,
grano.
E rocce
papaveri. Sarmento…
Senza speranza:
la terra di Pastiglia sta aspettando
- crescono i fiumi -
con convinzione.
ÁNGEL GONZALES, TR. FRANCESCO LUTI
martedì 11 marzo 2008
lunedì 10 marzo 2008
LA TERRA DEL SILENZIO
La terra del silenzio è di cristallo,
cristallo azzurro, quasi di ghiaccio.
Lì tutto danza senza far rumore
e ogni immagine si rifrange all'infinito.
Le lacrime e i lamenti dei bambini
lasciano il suono dolce della cetra.
Delle creature tacite i sorrisi
levano al cielo un riflesso rosato
e gli sguardi profondi dell'amore
azzurre fiamme d'un incendio attizzano.
In questa terra del silezio il vero
risuolla come una campana a festa
che apre volte chiassose in mezzo al cielo.
Nella terar del silenzio spesso ho sentito
gli scampanii d'argento
che leva uno stormo di gru.
A nozze mistiche, a processioni,
a cerimonie celesti ho presenziato,
nella terra del silenzio che è di cristallo,
cristallo azzurro, quasi di ghiaccio.
MELISSANTHI, TR. FILIPPOMARIA PONTANI
cristallo azzurro, quasi di ghiaccio.
Lì tutto danza senza far rumore
e ogni immagine si rifrange all'infinito.
Le lacrime e i lamenti dei bambini
lasciano il suono dolce della cetra.
Delle creature tacite i sorrisi
levano al cielo un riflesso rosato
e gli sguardi profondi dell'amore
azzurre fiamme d'un incendio attizzano.
In questa terra del silezio il vero
risuolla come una campana a festa
che apre volte chiassose in mezzo al cielo.
Nella terar del silenzio spesso ho sentito
gli scampanii d'argento
che leva uno stormo di gru.
A nozze mistiche, a processioni,
a cerimonie celesti ho presenziato,
nella terra del silenzio che è di cristallo,
cristallo azzurro, quasi di ghiaccio.
MELISSANTHI, TR. FILIPPOMARIA PONTANI
domenica 9 marzo 2008
Che aumenti la nostalgia nel colore qualsiasi
che gonfi la mia nuvola maestra
e che mi lasci perdere a qualche nuova noia carica
di sangue e di vita sconosciuta.
Bisogna credere alla sua promessa
e portarle doni e preghiere, lasciare poi
che risuoni nella baia e nell’eco
disordinata dei nostri corpi.
CLAUDIO SANFILIPPO
che gonfi la mia nuvola maestra
e che mi lasci perdere a qualche nuova noia carica
di sangue e di vita sconosciuta.
Bisogna credere alla sua promessa
e portarle doni e preghiere, lasciare poi
che risuoni nella baia e nell’eco
disordinata dei nostri corpi.
CLAUDIO SANFILIPPO
L'ALBERO OSCILLA
L’albero a tocchi nel silenzio. Una tenue luce bianca e verde
cade dall’albero. Il cielo limpido carico all’orizzonte verde e dorato,
dopo la burrasca. In un cerchio di schiuma il quadro bianco della
lanterna in alto illumina il segreto notturno della finestra.
Da un nodo in alto le corde del triangolo d’oro e un globo bianco di fumo
Che non esiste, che non esiste sopra del cerchio coi tocchi
Dell’acqua in sordina.
DINO CAMPANA
cade dall’albero. Il cielo limpido carico all’orizzonte verde e dorato,
dopo la burrasca. In un cerchio di schiuma il quadro bianco della
lanterna in alto illumina il segreto notturno della finestra.
Da un nodo in alto le corde del triangolo d’oro e un globo bianco di fumo
Che non esiste, che non esiste sopra del cerchio coi tocchi
Dell’acqua in sordina.
DINO CAMPANA
sabato 8 marzo 2008
LA VOCE CHE CANTA NEI GIARDINI
Come afferrare questa voce che affiora da me
Quasi uccello dal cielo, e tutta si aliena,
A sé bastevole e cosciente del suo esistere,
Questa voce che innocente deride la terra natia
Di sangue e molle ignoranza, quando canta
Nella sua pura campagna e che non posso
Con le dita piegate toccare, limitare
Con lo sguardo deluso lungamente (forse in cima
Alle scale). Ma come afferrare questa voce
Muta un tempo nella carne del primo mio destarmi
Come inusitata e cieca straniera più in fretta maturante,
Voce che adesso canta nello spazio verde
Dell’uccello di là dall’udito, tramutato in uccello
Timoroso di violare qualche legge
Che non conosco, mi appiatto sotto i muri.
I muri a grata della veglia, con le prime tracce
Della stanchezza di formica nel muovere le membra
A chi riconoscere la vana caccia, a chi domandare,
A chi nella pianura di sole e di catrame azzurro
A chi, sulla panchina del viale pietrificato,
A chi domandare della voce nei giardini?
Gli uomini pongono le mani sopra i tavoli usati,
Intingono il pane nel sale, ridono o se ne vanno,
Solitamente per la porta e spariscono in sé,
O senza sé.E quelli morti ai quali temo
chiedere perché forse troppo, troppo sanno,
nell’attento smontaggio dei loro destini passati
come orologiai, magari fuori dai giardini.
Resta forse, tuttavia, un albero al vento,
Una via, e alquanta maturità di durata,
La voce che un tempo qui abitava
Ed ora canta nei giardini.
IVAN V. LALIĆ, TR. EROS SEQUI
Quasi uccello dal cielo, e tutta si aliena,
A sé bastevole e cosciente del suo esistere,
Questa voce che innocente deride la terra natia
Di sangue e molle ignoranza, quando canta
Nella sua pura campagna e che non posso
Con le dita piegate toccare, limitare
Con lo sguardo deluso lungamente (forse in cima
Alle scale). Ma come afferrare questa voce
Muta un tempo nella carne del primo mio destarmi
Come inusitata e cieca straniera più in fretta maturante,
Voce che adesso canta nello spazio verde
Dell’uccello di là dall’udito, tramutato in uccello
Timoroso di violare qualche legge
Che non conosco, mi appiatto sotto i muri.
I muri a grata della veglia, con le prime tracce
Della stanchezza di formica nel muovere le membra
A chi riconoscere la vana caccia, a chi domandare,
A chi nella pianura di sole e di catrame azzurro
A chi, sulla panchina del viale pietrificato,
A chi domandare della voce nei giardini?
Gli uomini pongono le mani sopra i tavoli usati,
Intingono il pane nel sale, ridono o se ne vanno,
Solitamente per la porta e spariscono in sé,
O senza sé.E quelli morti ai quali temo
chiedere perché forse troppo, troppo sanno,
nell’attento smontaggio dei loro destini passati
come orologiai, magari fuori dai giardini.
Resta forse, tuttavia, un albero al vento,
Una via, e alquanta maturità di durata,
La voce che un tempo qui abitava
Ed ora canta nei giardini.
IVAN V. LALIĆ, TR. EROS SEQUI
venerdì 7 marzo 2008
COSI' NON FU...
Così non fu, non fu così non era…
Che era?
La volta del cielo
piano si contrae, piano.La fiamma soave
illumina a lungo la sera,
le classi inesorabili dei pini,
le fila liquide fila che marzo
giù tra i sassi divide.
E le erbe bambine, i rospetti perplessi,
le nuvole eccelse rapprese, il mirabile inganno
che sosteniamo tuttavia.
FRANCO FORTINI
Che era?
La volta del cielo
piano si contrae, piano.La fiamma soave
illumina a lungo la sera,
le classi inesorabili dei pini,
le fila liquide fila che marzo
giù tra i sassi divide.
E le erbe bambine, i rospetti perplessi,
le nuvole eccelse rapprese, il mirabile inganno
che sosteniamo tuttavia.
FRANCO FORTINI
giovedì 6 marzo 2008
CANTO DI SERA
Anche questo giorno
come il cacciatore la preda
il carrettiere il carro
il mietitore la fatica
io l’ho portato a casa.
La luce della finestra veglia ancora sulla notte
il Bene
nel Male.
La casa:
qui sono atteso da qualcuno
questo è il mio posto
ma per salario ho un boccone di morte
non il cuore, l’esistenza è sacrilega
resta con me.
GYULA ILLYÉS, TR. UMBERTO ALBINI
come il cacciatore la preda
il carrettiere il carro
il mietitore la fatica
io l’ho portato a casa.
La luce della finestra veglia ancora sulla notte
il Bene
nel Male.
La casa:
qui sono atteso da qualcuno
questo è il mio posto
ma per salario ho un boccone di morte
non il cuore, l’esistenza è sacrilega
resta con me.
GYULA ILLYÉS, TR. UMBERTO ALBINI
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