Dona a me i tuoi occhi
per seppellirli nel mkio volto che invecchia,
per far sì ch'io mi possa vedere splendido.
Dona a me i tuoi occhi,
lo sguardo azzurro che sempre costruisce,
sempre perdona, sempre abbellisce.
Dona a me i tuoi occhi.
Se io ti amo, è me che amo
e sono schiavo dei tuoi occhi.
ENDRE ADY, TR. ROBERTO RUSPANTI
venerdì 7 gennaio 2011
giovedì 6 gennaio 2011
IL PIOPPO
Di notte, in mare, guardo l'albero,
cipresso inargentato:
ha detto il poeta Nedim.
C'era un poeta di Riazan, Esenin,
innamorato delle sue betulle,
candide, malinconiche ragazze.
Da quando vivo lontano da casa
un pioèppo freme in me, e piange
di tristezza e canta.
Come tutti gli alberi del bosco
il pioppo se ne resta sempre in piedi,
sta lì e aspetta.
In una calda giornata di luglio
rimira fino a sera la strada
e le casette del villaggio di Bursa.
Ogni notte fino all'alba,
il pioppo mi aspetta,
urlando alla porta del carcere.
Ehilà, pioppo, amico mio!
Testimone fedele dei nostri giorni,
delle speranze e dei pidocchi,
della vergogna e dei sacrifici,
della nostra secolare sventura
e dei nostri lavori nei campi!
Che senso c'è, mia cara patria,
nel mio amore per i pioppi,
a che serve, dolce patria, la mia lode?
Bagnando la sabbia col mio sudore rovente
non ho potuto un solo pioppop coltivare
sulla mia terra natia.
NAZIM HIKMET, TR. JOYCE LUSSU
cipresso inargentato:
ha detto il poeta Nedim.
C'era un poeta di Riazan, Esenin,
innamorato delle sue betulle,
candide, malinconiche ragazze.
Da quando vivo lontano da casa
un pioèppo freme in me, e piange
di tristezza e canta.
Come tutti gli alberi del bosco
il pioppo se ne resta sempre in piedi,
sta lì e aspetta.
In una calda giornata di luglio
rimira fino a sera la strada
e le casette del villaggio di Bursa.
Ogni notte fino all'alba,
il pioppo mi aspetta,
urlando alla porta del carcere.
Ehilà, pioppo, amico mio!
Testimone fedele dei nostri giorni,
delle speranze e dei pidocchi,
della vergogna e dei sacrifici,
della nostra secolare sventura
e dei nostri lavori nei campi!
Che senso c'è, mia cara patria,
nel mio amore per i pioppi,
a che serve, dolce patria, la mia lode?
Bagnando la sabbia col mio sudore rovente
non ho potuto un solo pioppop coltivare
sulla mia terra natia.
NAZIM HIKMET, TR. JOYCE LUSSU
mercoledì 5 gennaio 2011
IL FUTURO IN LONTANANZA
Le ruote girano per cento anni
facendo rotolare il loro peso immortale
peso della pietra
e ci fanno sentire che il nostro corpo
è come di terra. Siamo riusciti ad ascoltare
il silenzio dei secoli
che ha raggiunto un fiume sotterraneo.
Siamo riusciti a vedere ma con difficoltà
il più piccolo neonato
che è la fine del presente.
Il futuro in lontananza
sembra minuzioso e immaturo. Ma è invisibile
nello specchio del sole
la primavera che cammina attraverso la sua ttela.
Anche il nostro viso divide
l'immagine rimasta impressa ogni giorno, in passato.
Abbiamo salutato ogni gesto
in mlodo che i ricordi crescanpo nel nostro corpo
in silenzio. Il silenzio non è più
un fiume che scorre in un'unica direzione.
DUO DUO, TR. YUAN HUAQING
facendo rotolare il loro peso immortale
peso della pietra
e ci fanno sentire che il nostro corpo
è come di terra. Siamo riusciti ad ascoltare
il silenzio dei secoli
che ha raggiunto un fiume sotterraneo.
Siamo riusciti a vedere ma con difficoltà
il più piccolo neonato
che è la fine del presente.
Il futuro in lontananza
sembra minuzioso e immaturo. Ma è invisibile
nello specchio del sole
la primavera che cammina attraverso la sua ttela.
Anche il nostro viso divide
l'immagine rimasta impressa ogni giorno, in passato.
Abbiamo salutato ogni gesto
in mlodo che i ricordi crescanpo nel nostro corpo
in silenzio. Il silenzio non è più
un fiume che scorre in un'unica direzione.
DUO DUO, TR. YUAN HUAQING
martedì 4 gennaio 2011
Tanto amaro diluvio ove beveste, nuvole del cielo,
a inondare violente in fondo al buio
non di Libia ma d'Efeso infinite
le dimore, dovizie d'anni opulenti?
Dove allora volgevano gli occhi i salvifici Dèi?
Oh tra tutte nella Iionia città eccelsa!
Flutti parevano onde, le cose travolte a rotolare
nelle gonfie fiumane verso il mare.
DORIDE DI ELEA, TR. PASQUALE MAFFEO
a inondare violente in fondo al buio
non di Libia ma d'Efeso infinite
le dimore, dovizie d'anni opulenti?
Dove allora volgevano gli occhi i salvifici Dèi?
Oh tra tutte nella Iionia città eccelsa!
Flutti parevano onde, le cose travolte a rotolare
nelle gonfie fiumane verso il mare.
DORIDE DI ELEA, TR. PASQUALE MAFFEO
lunedì 3 gennaio 2011
RAGIONI D'AMORE, 25
Oh, quanto ti lasci pensare!
Pensarti, io, non lo faccio da solo.
Pensarti è possederti,
come davanti ai baci il corpo nudo,
tutto per me, offrendoti.ù
Sento come ti dai alla mia memoria,
come ti arrendi ad un pensare ardente,
il tuo grande assentire da distanza.
E più che acconsentirti, più che offrirti,
mi aiuti, vieni fino a me, mi mostri
dei ricordi di scorcio, mi fai cenni
con le delizie, vive, del passato,
invitandomi.
Mi dici da laggiù
faremo quel che vuoi,
unirci, nel pensarti.
Ed eentriamo nel bacio che mi apri,
e ti pensioamo, tutti er due, io solo.
PEDRO SALINAS, TR. VALERIO NARDONI
Pensarti, io, non lo faccio da solo.
Pensarti è possederti,
come davanti ai baci il corpo nudo,
tutto per me, offrendoti.ù
Sento come ti dai alla mia memoria,
come ti arrendi ad un pensare ardente,
il tuo grande assentire da distanza.
E più che acconsentirti, più che offrirti,
mi aiuti, vieni fino a me, mi mostri
dei ricordi di scorcio, mi fai cenni
con le delizie, vive, del passato,
invitandomi.
Mi dici da laggiù
faremo quel che vuoi,
unirci, nel pensarti.
Ed eentriamo nel bacio che mi apri,
e ti pensioamo, tutti er due, io solo.
PEDRO SALINAS, TR. VALERIO NARDONI
domenica 2 gennaio 2011
CAPODANNO
Se le parole sapessero di neve
stasera, che canti -
e le stelle che non potrò mai dire...
Volti immoti s'intrecciano tra i rami
nel mio turchino nero:
osano ancora,
morti ai lumi di case lontane,
l'indistrutto sorriso dei miei anni.
Madonna di Campiglio, 31 dicembre 1937-1° gennaio 1938
ANTONIA POZZI
stasera, che canti -
e le stelle che non potrò mai dire...
Volti immoti s'intrecciano tra i rami
nel mio turchino nero:
osano ancora,
morti ai lumi di case lontane,
l'indistrutto sorriso dei miei anni.
Madonna di Campiglio, 31 dicembre 1937-1° gennaio 1938
ANTONIA POZZI
sabato 1 gennaio 2011
LA SERA DEL DI' DI FESTA
Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti in mezzo agli olrti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna. O donna mia
già tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:
tu dormi, che t'accolse agevol sonno
nelle tue chete stanze; e non ti morde
cura nessuna; e già non sai né pensi
quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
appare in vista, a salutar m'affaccio,
e l'antica natura onnipossente,
che mi fece all'affanno. A te la speme
nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo di fu solenne: or da trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra
in sogno a aquanti oggi piacesti e quanti
piacquero a te: non io, non già, ch'io speri,
al pensier ti ricorro. Intanto chieggio
quanto a viver mi resti, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
in così verde etate! Ahi, per la via
odo non lunge il solitario canto
dell'artigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi dsi stringe il core,
e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
il dì festivo, ed al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov'è il suono
di que' popoli anntichi, or dov'è il grido
de' nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
che n'andò per la terra e l'oceano?
Tutto è pace e silenzio e tutto posa
il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s'aspetta
bramosamente il dì festivo, or poscia
ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto che s'udia per li sentieri
lontanando morire a poco a poco,
già similmente mi stringeva il core.
GIACOMO LEOPARDI
e queta sovra i tetti in mezzo agli olrti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna. O donna mia
già tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:
tu dormi, che t'accolse agevol sonno
nelle tue chete stanze; e non ti morde
cura nessuna; e già non sai né pensi
quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
appare in vista, a salutar m'affaccio,
e l'antica natura onnipossente,
che mi fece all'affanno. A te la speme
nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo di fu solenne: or da trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra
in sogno a aquanti oggi piacesti e quanti
piacquero a te: non io, non già, ch'io speri,
al pensier ti ricorro. Intanto chieggio
quanto a viver mi resti, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
in così verde etate! Ahi, per la via
odo non lunge il solitario canto
dell'artigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi dsi stringe il core,
e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
il dì festivo, ed al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov'è il suono
di que' popoli anntichi, or dov'è il grido
de' nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
che n'andò per la terra e l'oceano?
Tutto è pace e silenzio e tutto posa
il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s'aspetta
bramosamente il dì festivo, or poscia
ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto che s'udia per li sentieri
lontanando morire a poco a poco,
già similmente mi stringeva il core.
GIACOMO LEOPARDI
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