sabato 23 febbraio 2008

THE TALE OF TWO CONTINENTS

Un sentire due mondi
Un amore due fedeltà
Tra continente e continente
Indugia la nostalgia dell'oceano

Due città un vuot
Due indirizzi una mancanza
Tra i cocchi e la neve
Si stende la noncuranza del fine

Potesse l'amore ritrovare la strada
Alla porta che s'è aperta all'alba
Verso là dove il vento si rechi

Amore, possa tu
Trovare il pieno sentire dentro di me
Senza una frattura tra due mondi, oblio
sul bordo dell'oceano

SITOR SITUMORANG, TR. GIULIO SORAVIA

IMPASSE

le due ombre nel buio della stanza
forse non giungeranno a un incontro

il vetro blu della finestra attende
e la notte terminerà lì

blu e oscuro di soffoco
si aggrappano a tutto ciò che possano compiere

si cercano ancora?
anche questo non lo sapremo

TOETY HERATY, TR. GIULIO SORAVIA
Non s’invoca più la musa,
obliata è la lira,
più nessun poeta l’usa;
pur la gioventù illusa
ad altre cose s’ispira.

Oggi se alla fantasia
chiedono che versi dia,
non s’invoca l’Elicona,
al garçon solo si chiede
di caffè una tazza bona.

Invece dell’estro puro
che il cuore commoveva,
si scrive una poesia
con penna d’acciaio duro,
una burla e un’ironia.

Musa, che in età passata
m’ispirasti affettuosa
canti d’amor, va e riposa;
oggi voglio una spada,
fiumi d’oro ed acre prosa.

Son costretto a ragionare,
meditare e combattere,
qualche volta anche piangere,
ché chi molto vuole amare
molto deve anche soffrire.

I giorni quieti fuggirono,
giorni di gioiosi amori,
quando bastavano i fiori
per consolare un’alma
delle pene e dei dolori.

Van fuggendo poco a poco
quanti amai da parte mia:
quello morto, uno sposato,
perché segna quanto tocco
con la sfortuna il fato.

Fuggi anche tu, musa! Vai,
cerca migliore regione,
che la patria ti promette
per alloro, le catene
e per tempio, la prigione.

Che se è infame ed empio
alterar la verità,
non sarebbe un mio delirio
trattenerti al fianco mio
priva della libertà?

Perché cantar, quando chiama
a serio impegno il destino,
quando la tempesta infuria,
quando i suoi figli reclama
il paese filippino?

Perché cantar, se il mio canto
deve sembrare un pianto
che nessun commuoverà?
E se dell’altrui lamento
beffe il mondo si farà?

Perché, quando tra la gente
che mi critica e maltratta,
secca l’alma o l’occhio pio,
non c’è mai un cuor che batta
con i battiti del mio?

Lascia dormir, sulla cima
dell’oblio, quanto sento:
lì, sta bene! Ché il sospiro
non lo mischi con la rima
ed evapori col vento.

Come dormono nei mari,
tutti i mostri dell’abisso,
dormir lascia le mie pene,
i capricci ed i miei canti
seppelliti entro me stesso.

Io so ben che i tuoi favori
solo usi prodigare
nella bell’età dei fiori
quella dei primi amori,
senza nubi né dolori.

Molti anni son passati
dopo che con bacio ardente
abbracciasti la mia fronte…
Or quel bacio s’è freddato
e l’ho ormai dimenticato.

Ma già prima di partire
dì che al tuo accento sublime
sempre ha risposto in me
un lamento per chi geme
e una sfida per chi opprime.

Ma tu verrai, ispirazione sacra,
di nuovo a riscaldar la fantasia,
quando triste la fé, rotta la spada
morir non possa per la patria mia;
la cetra mi darai vestita a lutto
con le corde intonate all’elegia,
per addolcir della patria le pene
e il rumore smorzar delle catene.

Ma se il tempo con l’alloro corona
i nostri sforzi, e la mia patria unita
sorge, regina, dall’ardente zona,
bianca perla dal fango restituita,
allora torna e con vigore intona
l’inno sacrato della nuova vita,
perché noi tutti in coro canteremo
anche se nel sepolcro giaceremo.

JOSE' RIZAL
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QUANDO MI CHIUDI GLI OCCHI

Quando mi chiudi gli occhi
con la tua mano gentile
tutto diviene soltanto luce attorno a me
come in un paese assolato.

Tu vuoi immergermi nel crepuscolo,
ma tutto diviene luce!
Tu non puoi donarmi
che luce, soltanto luce.
(PAR LAGERKVIST, TR. IT. GIACOMO OREGLIA).

INSIEME NOI

Come sei pura di sole e di notte caduta,
che trionfale dismisura la tua orbita di bianco,
e il tuo seno di pane, alto di clima,
la tua corona d'alberi neri, beneamata,
e il tuo naso di animale solitario, di pecora sekvatica
che odora d'ombra e di precipitosa fuga tirannica.

Ora, che armi splendide le mie mani,
degna la loro pala d'osso e il loro giglio di unghie,
e il luogo del mio volto, e il nolo della mia anima
son posti nel giusto della forza terrestre.
Che puro il mio sguardo di notturna influenza,
caduta d'occhi oscuri e di feroce pungolo,
la mia simmetrica statua dalle gambe gemelle
sale verso stelle umide ogni giorno,
e la mia bocca d'esilio morde la statua e l'uva,
mie braccia di maschio, il mio petto tatuato
in cui penetra il vello come ala di stagno,
il mio volto bianco fatto per la profondità del sole,
la mia chioma fatta di riti, di minerali neri,
la mia fronte, penetrante come colpo o strada,
la mia pelle di figlio maturo, destinato all'aratro,
i miei occhi di sale avido, di matrimonio rapido,
la mia lingua molle amica della diga e della nave,
i miei denti d'orario bianco, d'equità sistematica,
la pelle che fa alla mia fronte un vuoto di ghiacci
e sulla mia schiena si volge, e vola alle mie palpebre,
e si ripiega sul mio piùprofondo stimolo,
e cresce verso le rose nelle mie dita,
nel mio mento d'osso e nei miei piedi di ricchezza.

E tu come un mese di stella, come un bacio fisso,
come struttura d'ala, o inizi d'autunno,
bimnba, partigiana mia, amorosa mia,
la luce fa il suo letto sotto le tue grandi palpebre,
dorate come buoi, e la colomba rotonda
fa i suoi nidi bianchi frequentemente in te.

Fatta di onda in lingotti e di tenaglie bianche,
la tua salute di mela furiosa si allunga senza limite,
la botte tremante in cui ode il tuo stomaco,
le tue mani figli della farina e del cielo.

Come sei simile al più lungo bacio,
la sua scossa fissa sembra nutrirti,
e il suo impulso di bragia, dibandiera sonvolta,
va palpitando nei tuoi domini e salendo tremante,
e allora la tua testa si assottiglia in capelli,
e la sua forma guerriera, il suo circolo secco,
s'abbatte d'improvviso in fili lineari
come fili di spada o eredità di fumo.

(PABLO NERUDA, TR. IT. GIUSEPPE BELLINI).

MA NON INVANO

Fa più freddo,
piante avvizzite cadono nel vento,
sì, la voglio sentire,
la voce dell’ombra, tremante,
strepitante di collera, senza coraggio/coraggiosa,
dallo sfinimento cade all’ingiù,
lei chiama, riposa in quanto è promesso?
"Chi potrebbe proibirci la gioia",
lei nomina quel che verrà,
la rovina del presente.
ALFRED KOLLERITSCH, TR. RICCARDO NOVELLO

IL PARCO

Due giovani si amano sembra
in fondo a un'ombra del parco.
Si baciano e stringono, eguali
nelle vesti forse nel sesso.
Più eguali nel non sapere.
Non vedono, non sanno? Oh essi
vedono e sanno, anche l'ultimo
amore è amore, almeno
questo lo sai. E lo spreco
della sera avvelenata,
l'erba lurida, qualcuno
che batte lontano un bastone ai cancelli...
Ecco tutto. E qualche nebbia
dove le anatre s'acquetano
e i pesci neri. [...
.........................]





Vogliono
il loro bene e anche il male,
la consumazione del sangue
e questa l'avranno.
Si alzano. L'erba sporcata
li guarda passare pazienti.
Tu che ci abiti tutti in profondo,
fratello simile aognuno,
immagine tu del possibile,
tocca un attimo la nostra cecità:
che provino orrore del mondo
e così gioia vera.

(FRANCO FORTINI)