Vedo lontano le colline perdersi
in una nebbia grigia e tutto il verde
della campagna arrossa e infradicisce.
Non più l'azzurro in cielo, non più il sole
non più i vivi rumori dell'estate
ma un tedio freddo e grave che ravvolge
ogni cosa. Sol rapide, tra gli alberi,
passano a tratti gelide ventate
scrollandone le fronde ischeletrite.
CESARE PAVESE
venerdì 22 ottobre 2010
giovedì 21 ottobre 2010
SOLE D'OTTOBRE
Felci grandi
e garofani selvaggi
sotto i castani -
mentre il vento scioglie
l'un dopo l'altro
i nodi rossi e i biondi
alla veste di foglie
del sole -
e il sole in quella
brucia
della sua bianca
bellezza
come un fragile corpo
nudo -
ANTONIA POZZI
e garofani selvaggi
sotto i castani -
mentre il vento scioglie
l'un dopo l'altro
i nodi rossi e i biondi
alla veste di foglie
del sole -
e il sole in quella
brucia
della sua bianca
bellezza
come un fragile corpo
nudo -
ANTONIA POZZI
mercoledì 20 ottobre 2010
AUTUNNO
Il vento ti ha lasciata un’eco chiara,
nei sensi, nelle cose ch’ài vedute
- confuse – il giorno. All’apparir del sonno
difenderti non sai: un crisantemo,
un lago tremulo e una esigua fila
d’alberi gialloverdi sotto il sole.
SANDRO PENNA
nei sensi, nelle cose ch’ài vedute
- confuse – il giorno. All’apparir del sonno
difenderti non sai: un crisantemo,
un lago tremulo e una esigua fila
d’alberi gialloverdi sotto il sole.
SANDRO PENNA
VERSI A DINA, 5
Càpita all’uomo che d’autunno spoglia
La vite, sulla scala che ne fruscia
- vecchio è l’uomo ed autunno gli colora
l’anima dentro di malinconia;
ché con l’hanno gli pare la sua vita
anche finisca;
il poco che da essa ebbe gli mette
in strizza come un secchezza e inghiotte –
tra i pampini arrossati di scoprire
un superstite grappolo.
Ne colma
la mano, preso d’infantile gioia;
soppesa quasi non credesse agli occhi.
Alla sua sete riserbò l’annata
quel frutto; glielo maturò l’estate,
glielo dirò il sole dell’autunno,
la pianta vi spremè l’ultimo succo.
Cola zucchero l’acino che sguscia
in bocca per non perdere una goccia;
ogni acino lo riga di delizia
silenziosa…
Guardan gli occhi felici e rassegnati
col grappolo scemare
la sua prima, fors’ultima, dolcezza.
CAMILLO SBARBARO
La vite, sulla scala che ne fruscia
- vecchio è l’uomo ed autunno gli colora
l’anima dentro di malinconia;
ché con l’hanno gli pare la sua vita
anche finisca;
il poco che da essa ebbe gli mette
in strizza come un secchezza e inghiotte –
tra i pampini arrossati di scoprire
un superstite grappolo.
Ne colma
la mano, preso d’infantile gioia;
soppesa quasi non credesse agli occhi.
Alla sua sete riserbò l’annata
quel frutto; glielo maturò l’estate,
glielo dirò il sole dell’autunno,
la pianta vi spremè l’ultimo succo.
Cola zucchero l’acino che sguscia
in bocca per non perdere una goccia;
ogni acino lo riga di delizia
silenziosa…
Guardan gli occhi felici e rassegnati
col grappolo scemare
la sua prima, fors’ultima, dolcezza.
CAMILLO SBARBARO
lunedì 18 ottobre 2010
ALBERI
La colomba che preda la festuca
e la porta nel nido invidio, e voi
alberi silenziosi, a cui le foglie,
ben disegnate, indora il sole; belli
come bei giovanetti o vecchi ai quali
la vecchiezza è un aumento. Chi vi guarda
- verdi sotto una nera ascella frondi
spuntano; alcuni rami sono morti –
le vostre dure sotterranee lotte
non ignora; la vostra pace ammira,
anche più vasta.
E a voi ritorna, amico,
laghi d’ombra nel cuore dell’estate.
UMBERTO SABA
e la porta nel nido invidio, e voi
alberi silenziosi, a cui le foglie,
ben disegnate, indora il sole; belli
come bei giovanetti o vecchi ai quali
la vecchiezza è un aumento. Chi vi guarda
- verdi sotto una nera ascella frondi
spuntano; alcuni rami sono morti –
le vostre dure sotterranee lotte
non ignora; la vostra pace ammira,
anche più vasta.
E a voi ritorna, amico,
laghi d’ombra nel cuore dell’estate.
UMBERTO SABA
ALBERO
Da te un’ombra si scioglie
che pare morta la mia
se pure al moto oscilla
o rompe fresca acqua azzurrina
in riva all’Ànapo, a cui torna stasera
che mi spinse marzo lunare
già d’erbe ricco e d’ali.
Non solo d’ombra vivo,
ché terra e sole e dolce dono d’acqua
t’ha fatto nuova ogni fronda
mentr’io mi piego e secco
e sul mio viso tocco la mia scorza.
SALVATORE QUASIMODO
che pare morta la mia
se pure al moto oscilla
o rompe fresca acqua azzurrina
in riva all’Ànapo, a cui torna stasera
che mi spinse marzo lunare
già d’erbe ricco e d’ali.
Non solo d’ombra vivo,
ché terra e sole e dolce dono d’acqua
t’ha fatto nuova ogni fronda
mentr’io mi piego e secco
e sul mio viso tocco la mia scorza.
SALVATORE QUASIMODO
O NOTTE
Dall’ampia ansia dell’alba
Svelata alberatura.
Dolorosi risvegli.
Foglie, sorelle foglie,
Vi ascolto nel lamento.
Autunni,
Moribonde dolcezze.
O gioventù,
Passata è appena l’ira del distacco.
Cieli alti della gioventù,
Libero slancio.
E già sono deserto.
Perso in questa curva malinconia.
Ma la notte sperde le lontananze.
Oceanici silenzi,
Astrali nidi d’illusione,
O notte.
GIUSEPPE UNGARETTI
Svelata alberatura.
Dolorosi risvegli.
Foglie, sorelle foglie,
Vi ascolto nel lamento.
Autunni,
Moribonde dolcezze.
O gioventù,
Passata è appena l’ira del distacco.
Cieli alti della gioventù,
Libero slancio.
E già sono deserto.
Perso in questa curva malinconia.
Ma la notte sperde le lontananze.
Oceanici silenzi,
Astrali nidi d’illusione,
O notte.
GIUSEPPE UNGARETTI
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